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lunedì 14 gennaio 2013

222

Quella notte, o quel mattino (dipende dai punti di vista), mi ritrovavo ad arrancare malconcio in mezzo ad una strada lastricata in pieno centro. Scavalcavo macerie di festeggiamenti, chiazze di vomito, giocattoli andati persi e bottiglie di vino frantumate. Le vetrine mi restituivano l'immagine di ciò che restava di me: un poveraccio con un occhio nero e chissà quanti lividi sotto i vestiti. Li avrei contati dopo aver dormito un po', pensavo.
In attesa che sorgesse il sole per infilarmi sul primo autobus per tornare a casa, giravo facendo lo slalom tra gli operai per la pulizia delle strade e gli ubriachi addormentati sugli scalini sudici di divertimento. Una volta rientrato, spiegare il perché del mio stato si sarebbe rivelato un problema, ma confidavo nel menefreghismo di mia madre che, probabilmente, nemmeno ci avrebbe fatto caso.
Ma nell'eventualità ero pronto a mentire. Quelli come me non escono fuori malconci da una rissa, al massimo cadono dalle scale o dalla moto. Io non avevo la moto, quindi ero ufficialmente caduto dalle scale. Questa versione mi sarebbe dovuta bastare per gran parte delle persone che conoscevo, le quali con tutta probabilità, cominciavano a nutrire seri dubbi sul mio senso dell'equilibrio. Non mi aspettavo nemmeno più che se la bevesse qualcuno, mi bastava che stessero zitti e non facessero domande.
Pensare che fino a qualche ora prima mi ero illuso di stare bene mi buttava giù. In quel momento non mi sentivo né più né meno del tizio che stava orinando su una porta.
-Cazzo guardi?- mi fa.
Sei come me, dovevo rispondere, non ci conviene cercare rogne che abbiamo già dato tutti e due.
-Fottiti- dissi invece – che ti prendi anche la seconda parte- sottintendendo che ce n'era stata una prima, per entrambi. Perché quelli come me, quelli forti, dovevano dimostrarlo a tutti.
Quella di mentire alla genitrice era una pratica che adottavo spesso. Cadevo regolarmente dalle scale ed i miei amici drogati mi fumavano l'erba sui vestiti, per questo puzzavano. E se finivo in questura, o ero stato messo in mezzo o qualcun altro era caduto dalle scale come me, ma io non c'entravo niente.
Una volta tornato a casa mi sentivo uno schifo. Quelli come me erano leoni la sera, leoni stanchi la notte e leoni moribondi e con crisi d'identità alla mattina. L'occhio nero se ne andò relativamente presto, ma i segni delle occhiaie perenni non se ne sono ancora andati; stanno lì a ricordarmi quanto sono scemo.

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